Nessuna assoluzione per l’olio di palma. Il problema dell’eccesso di assunzione dell’olio tropicale esiste e non va sottovalutato, anche se in rete si leggono messaggi tranquillizzanti e assolutori che non rispondono a quanto scritto nel documento dell’Istituto Superiore di Sanità. Per chiarire la situazione abbiamo posto alcune domande al dottor Marco Silano dell’Istituto Superiore di Sanità che ha redatto il documento.

Secondo i dati ufficiali gli italiani consumano in media 12 g di olio di palma al giorno, nella maggior parte dei casi ingrediente dei prodotti da forno dolci e salati. Il valore probabilmente aumenta per i bambini. Questo aspetto emerge dalla vostra analisi? Ci sono dei problemi dal punto di vista della salute? Secondo l’OMS, la quantità di acidi grassi saturi nella dieta giornaliera non dovrebbe superiore al 10% delle calorie giornaliere totali. La nostra analisi evidenzia che i bambini nella fascia di età 3-10 ne assumono 27.88 g/die, tra il 11-18 % delle calorie totali. Ovvero fino al 40% in più. Di questi grassi saturi, 7.72 grammi derivano da alimenti con olio di palma aggiunto (merendine, biscotti, grissini, cracker, fette biscottate e prodotti da forno…).

 Da queste osservazione emerge che il consumo di olio tropicale nei bambini contribuisce in modo rilevante all’assunzione di acidi grassi saturi la cui presenza deve essere “la più bassa possibile”. Cosa si dovrebbe fare per limitare il problema? Non è solo necessario ridurre la quantità di acidi grassi saturi nella dieta dei bambini, e dei soggetti adulti a rischio (ipertesi, cardiopatici, dislipidemici…) ma contemporaneamente aumentare l’intake di acidi grassi mono-insaturi e poli-insaturi. Dovendo scegliere se ridurre latte, formaggi, carne, prosciutto cotto da una parte e e biscotti e merendine dall’altra, direi che la scelta va indirizzata verso la moderazione dei prodotti da forno dolci e salati e dei cibi venduti nei supermercati che contengono olio di palma.

Ci sono altre possibilità? Un’altra soluzione per i bambini e ragazzi normopeso è di preferire il consumo di prodotti da forno o altri alimenti in cui sono utilizzati altri oli più ricchi di mono e polinsaturi.

 E per quanto riguarda gli adulti? Anche per gli adulti la quota dei saturi deve essere inferiore al 10% delle kcal. Secondo i nostri conti il consumo giornaliero di saturi è di 27,21 g ovvero il 24% in più del dovuto. Anche in questo caso il valore in eccesso non è trascurabile e merita attenzione.

 Ma che problemi può creare una dieta ricca di acidi grassi saturi? Un consumo eccessivo di acidi grassi saturi modifica il contenuto di colesterolo plasmatico e trigliceridi, aumentando il rischio di eventi cardio-vascolari quali ictus, infarto…..

Fonti:

http://www.ilfattoalimentare.it/olio-di-palma-bambini-istituto-superiore-sanita.html

È davvero pericoloso per la salute riutilizzare le bottiglie di plastica per l'acqua? Secondo alcuni siti, le bottiglie di minerale non sarebbero idonee a essere riempite una seconda volta, perché potrebbero rilasciare "un composto chimico chiamato BPA". Le bottiglie in PET non contengono bisfenolo Chiariamo subito che il BPA (bisfenolo A) non è presente nelle bottiglie in PET che vengono utilizzate per l'acqua minerale. Il nostro ultimo test sulle acque minerali ha anche confermato che non c'è traccia di residui di plastiche nell'acqua contenuta all'interno delle bottiglie in commercio. Il bisfenolo è generalmente presente nei contenitori rigidi a base di policarbonato, come nei classici biberon di plastica (anche se in questi ultimi anni il suo utilizzo è stato vietato), nei boccioni dell'acqua e, nelle ultime analisi, lo abbiamo trovato anche in un modello di ciuccio per bambini. Riutilizzarle? Meglio le bottiglie di vetro Le bottiglie in PET sono progettate e commercializzate per essere utilizzate una sola volta. Questo significa che, una volta svuotate, dovrebbero essere smaltite. Un utilizzo prolungato di questi contenitori potrebbe intaccarne le caratteristiche sia tecnologiche che chimiche, quindi permettere che la plastica venga a contatto più facilmente con gli alimenti. Utilizzarle più volte, inoltre, non è consigliabile neanche dal punto di vista igienico, perché potrebbe verificarsi una contaminazione microbica. Anche se l'acqua risulta piuttosto inerte per quanto riguarda la capacità di estrarre dai contenitori eventuali molecole indesiderate, è preferibile optare per un'alternativa. Le bottiglie in vetro sono un ottimo compromesso, perché sono facilmente lavabili (anche alle alte temperature) e garantiscono quindi una maggior igiene.

Fonte:

http://www.altroconsumo.it/alimentazione/acqua/news/riutilizzare-bottiglie-acqua-plastica

L’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR) invita a limitare l’utilizzo di antibiotici per non favorire lo sviluppo della resistenza a questi farmaci, importanti per l’uomo. L’Istituto ha pubblicato tredici risposte alle domande più frequenti sull’utilizzo di antibiotici negli allevamenti che nell’Unione europea possono essere utilizzati, su prescrizione dei veterinari, solo in caso di malattia (in altri stati come gli USA si usano a scopo preventivo o per favorirne la crescita). Un uso parzialmente preventivo è di fatto consentito anche nell’Ue, perché quando si somministra un antibiotico a uno o più animali infetti che vivono in gruppo, di norma lo si somministra anche agli altri, per evitare che l’infezione si diffonda. Molti degli antibiotici utilizzati negli animali sono importanti anche per l’uomo e l’Organizzazione mondiale della sanità ha compilato una lista. In Germania, tra il 2011 e il 2014, la quantità di antibiotici in dotazione ai veterinari e alle farmacie veterinarie è scesa da 1.706 tonnellate a 1.238. La diminuzione riguarda la stragrande maggioranza degli antibiotici, ad eccezione delle cefalosporine di terza e quarta generazione, che sono rimaste stabili, e dei fluorochinoloni, che sono invece aumentati. Questo rappresenta un elemento critico, dato che si tratta di due classi di antibiotici particolarmente importanti per l’uomo e il possibile sviluppo di resistenze rappresenta un rischio reale.

I batteri che sopravvivono e proliferano possiedono meccanismi (sopraggiunti per mutazione) tali da renderli insensibili all’azione dei farmaci in grado di inibirli o di ucciderli. Quando l’uomo contrae un’infezione causato da questi ceppi il trattamento è più difficile, le patologie possono durare più a lungo e manifestarsi con maggiore gravità. I germi resistenti possono essere presenti negli alimenti provenienti da allevamenti (carne, latte…) ma vengono uccisi con un trattamento termico (bollitura, cottura, frittura, pastorizzazione). I consumatori devono prestare attenzione all’igiene, evitando che i cibi crudi, potenzialmente contaminati, entrino a contatto con altri da consumare crudi, anche attraverso le stoviglie. La carne deve essere cotta a una temperatura di almeno 70°C per non meno di due minuti. Secondo l’Istituto federale tedesco l’uso di antibiotici negli allevamenti contribuisce allo sviluppo di microbi resistenti anche se non ci sono dati sufficienti per stimare in che misura ciò influenzi la diffusione dell’antibiotico-resistenza nell’uomo. Secondo il BfR l’uso di antibiotici dovrebbe essere limitato e occorre cercare di mantenere gli animali in buona salute in modo da evitare trattamenti sanitari.

Per quanto riguarda ìresidui di antibiotici nel cibo, secondo il BfR è possibile trovarne in tutti gli alimenti di origine animale, come carne, uova e latte, se nell’allevamento si fa uso di farmaci e non si rispetta il periodo di tempo previsto per lo smaltimento del farmaco. Se i medicinali sono usati correttamente, una volta trascorso questo periodo gli eventuali residui non sono giudicati preoccupanti. A differenza dei batteri la cottura della carne non garantisce l’eliminazione degli eventuali residui. Negli allevamenti biologici l’uso di antibiotici non è vietato ma nella maggior parte dei casi i medicinali sono poco utilizzati, anche se, afferma il BfR, non ci sono statistiche affidabili in merito.

Fonti:

http://www.ilfattoalimentare.it/antibiotici-batteri-resistenza.html

Le carni utilizzate come ingrediente nei prodotti alimentari trasformati, a esempio lasagne, hamburger e crocchette di pollo, dovrebbero prevedere l'indicazione del paese di origine sulle etichette, come avviene già per le carni bovine fresche, in modo da assicurare una maggiore trasparenza in tutta la catena alimentare e informare meglio i consumatori europei .

Ciò è quanto richiesto da una risoluzione approvata dal Parlamento europeo con 460 voti a favore, 204 contrari e 33 astenuti, che invita la Commissione europea a presentare proposte legislative, in modo da riconquistare la fiducia dei consumatori dopo lo scandalo della carne equina e altre frodi alimentari.

Secondo i dati forniti dalla Commissione europea, oltre il 90% dei consumatori desidera conoscere l’ origine della carne contenuta nei prodotti alimentari trasformati. Questo è uno dei numerosi fattori che influenza il comportamento dei consumatori, hanno aggiunto i deputati. 

 “L'intervento legislativo dovrà tener conto della trasparenza e della leggibilità delle informazioni per i consumatori pur consentendo allo stesso tempo alle imprese europee di operare in modo economicamente redditizio”, ha affermato il presidente della commissione per l'ambiente Giovanni La Via.

A seconda dello Stato membro in questione, dal 30 al 50 % delle carni macellate sono trasformate in ingredienti a base di carne per alimenti, principalmente carne macinata, preparati di carne e prodotti a base di carne e l’industria di trasformazione delle carni dell’Ue conta oltre 13.000 imprese, occupando circa 350.000 persone e rappresentando un volume d’affari di 85 miliardi di euro.

 

Fonti:

http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2015/02/11/alimenti-europarlamento-etichetta-origine-carne-prodotti-trasformati_wGhXQfoE0yW1QdImZb0JUK.html

http://www.europarl.europa.eu/news/it/news-room/content/20150206IPR21201/html/Il-PE-chiede-l'indicazione-del-paese-d'origine-per-carni-alimenti-trasformati